Davide Giurlando

Davide Giurlando

Per anni, la città di Arcopolis è stata vittima delle incursioni di mostri incappucciati, rapitori di bambini, capitanati dal temibile Sadisto; e per anni, l’eroico Haggard West è stato l’unico baluardo contro gli invasori. Ma quando West muore sul campo, chi raccoglierà la sua eredità? La testarda e vendicativa figlia di Haggard, Aurora? O piuttosto Battling Boy, un semidio adolescente e inesperto, disceso da un reame ultraterreno?

In un eloquente articolo del 2004 intitolato “Kids’ Stuff” (ristampato in Italia come “Roba per ragazzini”, in Mappe e leggende, edito da Indiana), Michael Chabon l’autore del romanzo premio Pulitzer Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, ispirato alla vita di Siegel e Shuster riflette sull’attuale stato dell’industria editoriale supereroistica. E arriva alla conclusione che la crisi dei fumetti incentrati su personaggi col costume è in gran parte dovuta a un progressivo allontanamento dal loro pubblico ideale, cioè quello infantile, adottato nel tentativo di guadagnarsi rispetto e credibilità presso lettori più anziani. Chabon si spinge fino a stilare una sorta di lista delle regole che dovrebbero seguire i moderni comics di supereroi per recuperare terreno; e uno dei suggerimenti è quello di creare dei fumetti supereroistici per bambini che siano anche incentrati sui bambini.

Battling Boy sembra essere la risposta diretta all’appello di Chabon (e forse non è un caso che dal 2006 al 2008 Paul Pope sia stato attivamente coinvolto nel progetto di un adattamento cinematografico proprio di Kavalier e Clay, successivamente non realizzato). Frutto di un accurato lavoro durato almeno quattro anni, il primo capitolo della saga del “ragazzo combattente” nasce esplicitamente come opera a sfondo supereroistico diretta a un pubblico giovane; tuttavia e in questo sta l’intuizione apparentemente banale, ma in realtà profondamente intelligente, di Pope non è un lavoro bambinesco. Dimostrando un rispetto davvero encomiabile nei confronti dei lettori, l’artista confeziona una storia di una freschezza e una genuinità impressionanti, ponendo contemporaneamente le fondamenta di un intero, complesso universo narrativo. Molti dei temi sollevati sono piuttosto classici, come l’affacciarsi delle prime responsabilità della vita (l’arrivo di Battling Boy sulla terra è apertamente descritto come l’esito di un rito di passaggio) e l’approssimarsi della maturità; tuttavia, Pope riesce a riproporli con passione e onestà, senza lesinare momenti crudeli (la morte di Haggard West nel prologo della storia) ma anche soffermandosi su sequenze ironiche, senza cercare a tutti i costi il facile colpo di scena. Piuttosto che solleticare il lettore, Pope lo prende per mano e lo conduce in un mondo colmo di invenzioni fantastiche ma anche di umanità: Battling Boy potrebbe facilmente essere un soggetto ideale per un film di Miyazaki padre.

Sia detto senza tanti giri di parole: in un mondo perfetto, tutti o quasi i fumetti supereroistici sarebbero come Battling Boy, almeno nell’approccio. Uno dei più gravi problemi dei colossi editoriali di comics statunitensi sta nell’essersi concentrati, nell’ultimo decennio, sul pubblico sbagliato; o meglio, nell’aver assecondato nel modo sbagliato le aspettative di un certo tipo di pubblico. Quando qualche anno fa il boss della DC Comics, Dan DiDio, ricevette una proposta per una serie per ragazzi incentrata sul Kamandi di Jack Kirby, la rifiutò spiegando che la DC non produce fumetti per ragazzi, ma per quarantacinquenni. L’artista che aveva fatto la proposta, guarda caso, era proprio Paul Pope.

Il problema dell’aver adottato una simile filosofia editoriale che coinvolge in egual misura Marvel e DC, anche se negli anni la Marvel è riuscita marginalmente a costruirsi una credibilità maggiore presso una generazione più giovane sta, oltre che nell’ovvio restringimento della fascia di pubblico, nell’impoverimento progressivo di trame e storie. Non è che Marvel e DC non abbiano in scuderia bravi autori, o che non pubblichino anche buone storie: ma è l’approccio generale Scarpe UGG a difettare. Anche perché le serie supereroistiche incentrate su personaggi maggiori non sembrano affatto dirette a un pubblico dai gusti maturi, ma cercano piuttosto di assecondare i gusti infantili di un pubblico anagraficamente maturo: una strategia commerciale che assomiglia un po’ a quella di film in stile “The Expendables” o a quella di moltissimi seguiti o remake cinematografici degli ultimi anni, finalizzata alla gratificazione facile facile di certi spettatori pur risultando in ultima analisi sterile per non dire stantìa. Cosicché oggi, alla fin fine, rispetto a Battling Boy, risulta molto più bambinesco un tipico fumetto DC o Marvel: un fumetto, cioè, che si presenta come un ibrido mal riuscito, perché da un lato è finalizzato alla riproposizione di stilemi estremamente datati ma familiari a un certo tipo di lettore non più giovanissimo (non a caso, il lettore spesso più rigido e impermeabile alle licenze creative), e dall’altro cerca di nascondere le carenze delle storie sotto una patina di superficiale adesione a tematiche cosiddette “adulte”, o peggio sminuisce l’importanza del singolo albo facendolo rientrare nel mare di testate dell’ennesimo eventone o cross over. Allora, ha perfettamente ragione Alan Moore quando stigmatizza sia pure con una certa acrimonia e forse un po’ di malafede lo “sviluppo arrestato” di un certo tipo di appassionati di supereroismo.

La soluzione alla crisi del genere proposta da Pope è quasi imbarazzante nella sua semplicità. Piuttosto che la rivisitazione omaggiante dei grandi classici (come nel caso del piacevole ma tutto sommato già visto Edison Rex di Chris Roberson), o il decostruzionismo molto sensazionalistico ma sostanzialmente superficiale (si pensi a Mark Millar), con Battling Boy Pope sceglie semplicemente di raccontare una storia. Cioè, propone l’analogo di un fumetto supereroistico classico, naturalmente aggiornato ai gusti e alle abitudini di un lettore nato nel terzo millennio, ma non riscrive lo stesso fumetto, non tenta aggiornamenti posticci, tiene presenti i modelli ma non se ne lascia schiacciare. E nemmeno li omaggia: anche se il padre di Battling Boy e l’eroico Haggard West ricordano rispettivamente Il mitico Thor e Rocketeer, il richiamo è puramente iconografico, e si rifà ad archetipi che esulano dai lavori di Kirby e Stevens. Saggiamente, Pope capisce benissimo che il miglior omaggio che si può fare ai grandi autori è quello di conoscerli procedendo però per la propria strada. Anche dal punto di vista grafico: nel panorama degli artisti statunitensi quasi non esistono disegnatori dall’approccio maggiormente personale di quello di Pope. E, anche se sulla carta può sembrare un controsenso raffigurare una storia per ragazzi con un tratto così insolito, quasi da fumetto underground, tutto funziona benissimo, sia nelle panoramiche piene di sense of wonder della città dei semidei, sia nei dinamicissimi inseguimenti volanti di Haggard West a caccia dei mostri.

Può sembrare un po’ ingeneroso ricondurre quasi interamente un genere fumettistico, il supereroismo appunto, a una fascia di pubblico peculiare, quella compresa tra i 10 e i 14 15 anni. In fondo compresi nel genere ci sono anche lavori assai più sofisticati della media, quelli di autori come Miller e Moore. Tuttavia, titoli come Watchmen, Swamp Thing o Dark Knight Returns (o anche lavori non strettamente supereroistici, ma comunque non privi di legami con il genere, come V for Vendetta o Sandman) non sono forse anch’essi sostanzialmente diretti a lettori adolescenti, che coglieranno con forza e passione le istanze degli autori anche senza capirne pienamente a una prima lettura tutte le implicazioni? Alcuni passaggi sulla rabbia e la vendetta nelle storie di Miller, o le riflessioni sull’amore e sul senso della vita in Gaiman fanno pensare che con grande difficoltà si troverà un lettore più sinceramente appassionato e partecipe di un quindicenne naturalmente, s’intende un quindicenne in cerca di stimoli intelligenti e non banali. Le riletture che vengono Scarpe UGG con la maturità anagrafica integreranno solo quel primo approccio, ma è difficile pensare che anche lavori eleganti e complessi non siano confezionati anche per un pubblico adolescenziale. Soprattutto per questo tipo di pubblico. Esiste una tendenza deleteria, adottata da case come Marvel e DC, a sottovalutare l’intelligenza dei lettori più giovani, o quantomeno la loro capacità di cogliere spunti e interessi che esulino dalle proposte più stupidamente commerciali. Per fortuna, storie come Battling Boy costituiscono alternative estremamente valide, e dimostrano come si possa reinventare il supereroismo in modo intelligente e originale, senza scadere per la miliardesima volta nell’eventone/omaggio/provocazione/riproposizione.

Una menzione dovuta per l’edizione italiana della Bao; che propone un volumetto rilegato con sovracoperta, elegantissimo e curato come tutti i lavori di questa casa editrice. Ad maiora.

Il secondo volume non arriverà mai troppo presto.

In una fredda giornata invernale del 50 avanti Cristo, sulle coste dell’Armorica, fa la sua comparsa un inatteso visitatore: il giovane Pitto Mac Keron, proveniente dalla Caledonia (l’antica Scozia), che imprigionato in un blocco di ghiaccio ha navigato fino a un certo villaggio abitato da irriducibili Galli. Saranno un piccoletto permaloso ma astuto e un gigantesco (non grosso!) fabbricante di menhir a riportarlo in patria e ad aiutarlo a ricongiungersi con la fidanzata Camomilla, caduta nelle mani del perfido Mac Arogna.

Asterix e i Pitti è un volume storico per più di una ragione. Innanzi tutto, è la prima avventura con protagonisti gli eroi creati da Goscinny e Uderzo dopo 8 anni di pausa (il precedente Albo d’oro del 2009 è in realtà un volume celebrativo e non una storia unica); ma soprattutto è l’albo con il quale l’ormai 86enne Uderzo, unico autore delle avventure di Asterix dopo la prematura scomparsa di Goscinny nel 1977, passa il testimone agli eredi Jean Yves Ferri (già apprezzato autore di Aimé Lacapelle e Le retour à la terre) e Didier Conrad (valido artista di Les innommables e Le piège malais). Molti fan di oltre trenta storie con protagonisti gli avventurieri Galli, diverse delle quali costituiscono autentici capolavori, tireranno un sospiro di sollievo al pensiero che qualcuno farà sopravvivere editorialmente i loro beniamini anche dopo il pensionamento della seconda metà del duo di creatori originali. Probabilmente l’importanza storica dell’albo rappresenterà un motivo sufficiente per l’acquisto; ma sfortunatamente sarà anche l’unico perché, pur con tutti i buoni propositi, Asterix e i Pitti è brutto.

L’aspetto grafico è forse il meno carente, anche se a paragone dell’Uderzo dei tempi d’oro Conrad esce comunque perdente. In realtà l’artista di Asterix e i Pitti è un disegnatore abile e anche versatile, in grado altrove di spaziare dalle influenze di Morris e Franquin a una propria strada individuale, ricca di personaggi femminili sensuali e misteriosi. Purtroppo, nel tentativo di imitare la linea dell’Asterix storico a tutti i costi, Conrad perde tantissimo. Certe panoramiche sembrano davvero frettolose e poco dettagliate (si paragoni, per fare un esempio, la battaglia di pagina 43 di Asterix e i Pitti con certe vedute di Roma in Asterix e gli allori di Cesare o Asterix e il paiolo, straripanti di comparse tutte delineate e caratterizzate in modo eccellente). Anche il design dei personaggi è di qualità altalenante: se Asterix e Obelix sono indubbiamente fedeli alla versione storica, i comprimari tradizionalmente rappresentati in modo meno caricaturale, come la moglie di Matusalemix, risultano davvero tirati via. Può darsi che se Conrad avesse avuto mano libera e la possibilità di imporre uno stile maggiormente personale, molti lettori storici si sarebbero infuriati, ma l’albo ne avrebbe giovato. Tuttavia, non è escluso che se si continuerà su questa strada, con l’attuale duo di autori in futuro Conrad sia in grado di costruirsi una credibilità presso i fan di vecchia data e tentare delle sperimentazioni grafiche che, al primo albo, erano forse improponibili.

I problemi più seri di Asterix e i Pitti, tuttavia, risiedono nella sceneggiatura. Tradizionalmente, gli albi classici di Asterix (per la chiarezza: quelli scritti da Goscinny) rientrano in generale in tre categorie: storie ambientate all’interno del villaggio, nelle quali i nostri devono difendersi dall’offensiva di qualche nemico (quasi sempre Cesare, attraverso progetti che spesso rappresentano una satira di altrettanti fenomeni della modernità, come il consumismo e la speculazione edilizia: Asterix e il regalo di Cesare, Asterix e il regno degli dei e il meraviglioso Asterix e la zizzania); storie ambientate a Roma o Lutezia, con i nostri che devono portare a termine missioni più o meno assurde trovandosi immersi in un contesto metropolitano a loro ostile (Asterix e gli allori di Cesare, Asterix e il paiolo); e storie ambientate all’estero, di solito le più leggere, nelle UGG Outlet quali Asterix e Obelix sono inviati con un pretesto in un paese straniero, delineato in maniera tale da costituire una caricatura bonaria degli stereotipi normalmente associati a quella nazione (Asterix e gli Elvezi, Asterix in Iberia). Quando Uderzo ereditò il personaggio da Goscinny, pur tentando inizialmente di proseguire sulla medesima strada dello scrittore scomparso (Asterix e il grande fossato, L’odissea di Asterix), tentò successivamente di sopperire all’assenza di una vis comica efficace come quella dell’autore de Il piccolo Nicolas ripiegando su altri dettagli. Per esempio, sulla riproposizione di personaggi classici come Falbalà nel cosmo degli eroi Galli o anche rispondendo ad alcuni interrogativi storici (cosa succede quando Obelix beve la pozione magica? In Asterix e la galera di Obelix) o addirittura facendo del metafumetto a buon mercato (Quando il cielo gli cadde sulla testa). La tendenza di Uderzo a bilanciare l’esilità delle trame con riferimenti a una più ampia continuity è probabilmente uno dei sintomi della decadenza qualitativa del personaggio, unitamente alla sempre maggior evidente difficoltà nel rintracciare spunti originali.

Ferri, l’inauguratore di questa terza fase della vita editoriale di Asterix, tenta di ritornare alla visione di Goscinny, eliminando quasi completamente i riferimenti a storie passate e optando per una classica, semplice trasferta di Asterix in Scozia. E senza dubbio il nuovo autore si deve essere studiato con il microscopio gli albi precedenti, dato che ripropone molto fedelmente tutte le caratteristiche dell’Asterix storico, dalle liti tra Ordinalfabetix e Automatix, alle assurde raccomandazioni di Obelix per la dieta di Idefix, all’aderenza fisica di alcuni comprimari a personaggi del mondo dello spettacolo (Mac Arogna e il bardo Mac Orrid sono caricature rispettivamente di Vincent Cassel e Johnny Hallyday). Il problema però è che l’albo non fa ridere quasi mai. Tutti gli stereotipi sulla Scozia sono molto generici (dal lancio dei tronchi, al kilt, al mostro di Loch Ness) e manca completamente quella malizia irriverente che aveva fatto la fortuna dei volumi scritti da Goscinny: qualcuno ricorda la propensione dei Britanni per i manicaretti disgustosi in Asterix legionario e Asterix e i Britanni? O le demenziali faide famigliari in Asterix in Corsica? Inoltre, il Pitto Mac Keron (una parodia pare di un’altra storica creazione di Goscinny e Uderzo, l’indiano Oumpah Pah), è un personaggio abbastanza monocorde, la cui unica gag ricorrente è quella, non troppo riuscita, di un’afonia che lo obbliga a parlare attraverso i testi di canzoni moderne.

In generale, sono proprio Asterix e Obelix i personaggi maggiormente fuori posto. Manca una vera e propria interazione con il contesto nel quale l’avventura è ambientata, e più che dei protagonisti caratterizzati in maniera semplice ma efficace come negli albi storici, i nostri sembrano dei turisti poco coinvolti, o meglio dei tramiti attraverso i quali portare avanti la storia fino a una prevedibile conclusione. Cosicché alla fine, piuttosto che le sequenze dei guerrieri Galli alle prese con salmoni al cartoccio e tiro dei tronchi, risultano molto più divertenti le brevissime scenette del malcapitato burocrate romano Numerochiusus, impegnato in un improbabile censimento del villaggio in Armorica.

Funzionale la traduzione di Michele Foschini, anche se incappa in almeno un riferimento di scarsa comprensibilità per gli italiani (nella sequenza in cui i Galli ricordano che le ostriche vanno mangiate nei mesi con la “R”, come recita un tradizionale detto d’Oltralpe). Purtroppo, anche se il traduttore riesce a rendere praticamente tutti i giochi di parole del testo francese, nessuno di essi è all’origine particolarmente arguto o divertente.

Forse continuare a paragonare Asterix e i Pitti all’Asterix storico non può che risultare impietoso nei confronti della nuova versione. Purtroppo, è proprio l’albo a stimolare questo tipo di confronto, con il suo tentativo, sia a livello grafico che narrativo, di riprendere pedissequamente i volumi di Goscinny e Uderzo. Ai posteri, cioè ai lettori degli albi futuri, l’ardua sentenza: spetterà a loro scoprire se Ferri e Conrad (o chiunque se ne assuma il compito) saranno in grado di allontanarsi dall’ombra degli ingombranti predecessori e proporre ammesso che sia concepibile un Asterix davvero nuovo; o se piuttosto, tutto sommato, non sarebbe stato meglio chiudere il gioco tempo fa.

Versione breve: questo libro è magnifico. Va assolutamente comprato.

Seguirà versione lunga. Che però tocca corde talmente personali da richiedere un prologo autobiografico.

Fino ai 20 anni, sono stato un estimatore dei fumetti DC. Fan è una parola troppo grossa: da adolescente, non avevo quasi mai letto fumetti seriali di supereroi, con qualche eccezione come il Batman della Glénat e della Play Press, e quasi sempre con interesse moderato. Fino ai 16 anni, le mie uniche escursioni nel mondo degli eroi in calzamaglia erano state Watchmen, Il ritorno del Cavaliere Oscuro (nella mitica traduzione di Enzo Baldoni, tanto disinvolta quanto affascinante) e The Killing Joke. Il che forse spiega perché, nell’accostarmi a pubblicazioni seriali, quest’ultime risultassero invariabilmente perdenti nei confronti di quelle che erano ma io ancora non lo sapevo irraggiungibili pietre miliari.

Finché in un giorno del 2000, quasi per caso, incappai nelle collezioni Comic Art dei Grandi eroi Marvel: volumoni rossi che ristampavano in italiano i Marvel Masterworks. Non conoscevo la Marvel: sapevo solo che era la casa editrice dell’Uomo Ragno (di cui a suo tempo avevo comprato qualche albo, più che altro perché mi piacevano i disegni di Erik Larsen) e che era la principale rivale della DC. Ma andavo in cerca di nuove letture, e così comprai un volume.

E dopo ne comprai un altro. E un altro. E un altro ancora.

Gesù. Che roba. Mai letto niente di simile. Erano storie avventurose, erano mozzafiato, erano divertentissime. Davvero molto lontane dai corretti, raffinati, ma così normali Superman e Batman storici, che avevo conosciuto grazie alle antologie Dagli anni ’30 agli anni ’70 della Milano Libri. E altrettanto dissimili dalle cupe e labirintiche elucubrazioni di Alan Moore e Frank Miller. Non capivo, ma vagamente intuivo, che le storie di Capitan America e Hulk, pur avendo una loro statura artistica, miravano soprattutto alla pancia e al cuore del lettore. Lo spirito di chi le aveva confezionate non era quello di un poeta, ma di un bravissimo imbonitore da circo. E che diavolo erano quei motivi di cerchi e linee a zig zag che Jack Kirby piazzava dappertutto? Circuiti? Bottoni? Comunque sia, li adoravo.

Caso volle che la mia scoperta della Marvel storica coincidesse con l’arrivo di Bill Jemas e Joe Quesada alla direzione della Marvel